lunedì 15 luglio 2013

La canzonetta scema di mia madre

Incontro del 8 luglio 2013 Milano Casa circondariale San Vittore. 
John Fante, un adolescente ribelle. 
Azalen Tomaselli e Simon Pietro De Domenico con i detenuti.
L’estate è esplosa e il caldo afoso preme su Milano. La città non si è spopolata, però, anche per effetto della crisi, e le strade risuonano del traffico di sempre. A San Vittore l’aula è vuota. Dopo un po’, chiamati dagli agenti e dal giovane bibliotecario, arrivano alla spicciolata quattro partecipanti. “L’aria d’estate è indispensabile”, dicono, “e poi non sappiamo mai se venite”. Iena mi sussurra che la prossima volta mi darà uno scritto per Giorgio. Poi si legge il resoconto, troppo asciutto, della volta precedente. Azalen propone un racconto di John Fante, tratto da Rapimento in famiglia e altri racconti, Il Sole 24 Ore, 2011 ( titolo originale Daga Red, 1940). 



John Fante, figlio di italiani della prima generazione arrivati in America nei primi anni del Novecento, scatta con questo e altri racconti, una serie di istantanee sulla storia della sua famiglia. La canzonetta scema di mia madre, racconta un episodio dell’adolescenza dello scrittore italo americano: il furto del carburo da un negozio, messo a segno con un suo coetaneo. La vicenda si sviluppa in tre tempi: la scoperta dei due ladruncoli con l’intervento immediato della polizia che conduce i due ragazzetti in galera. L’arrivo dei due genitori che impartiscono una punizione esemplare e un terzo atto in cui il protagonista cerca in tutti i modi di convincere la madre di avere commesso il furto, senza riuscirci. La conclusione è la ripassata di botte da parte di suo padre, mentre la madre persiste nella convinzione che il figlio non può aver fatto quello che le ha confessato. 

Il racconto dà luogo a una discussione sul significato che lo scrittore ha voluto comunicare. Iena mette a fuoco il bisogno dell’adolescente di affermare il proprio: “Io esisto”. La ribellione è il modo per obbligare gli altri a accorgersi della sua esistenza e del suo prendere le distanze dalla propria famiglia. Azalen segnala l’opposto comportamento di padre e madre riguardo a un unico fatto oggettivo. Uno dei partecipanti racconta che, nella sua esperienza, il ruolo più cattivo e invadente lo esercitava la madre.”Mio padre non mi ha mai toccato” dice, “mentre mia madre me le dava”. 

Simone a questo punto interviene asserendo che il nucleo del racconto è l’identità. Il protagonista nel racconto cerca di costruirsi un’identità da “duro”, naturalmente fasulla e sconfessata dalla realtà (subisce le cinghiate del padre che gli fanno bruciare le natiche come una stufa). E si rammarica del fatto che la madre si rifiuti di credergli. Il racconto suggerisce collegamenti con i ragazzini che si comportano da bulli per mostrare di esistere e per farsi notare dai compagni. 

Poi un partecipante, a bruciapelo, chiede a un compagno, se stia bene, vedendolo un po’ rallentato nei riflessi. Si parla delle terapie farmacologiche alle quali, spesso, alcuni detenuti devono sottoporsi. Azalen chiede al giovane se l’argomento lo disturbi, lui risponde che non gli dispiace parlarne. 

Infine si parla dei partecipanti che sono andati via, di alcuni si hanno notizie perché hanno scritto e raccontato della loro nuova destinazione. Il discorso cade inevitabilmente sull’universo variegato del nostro sistema penitenziario, connotato da tante realtà. Molte delle quali non offrono nessuna attività di recupero e sono esclusivamente luoghi di reclusione. In altri, la migliore formazione del personale penitenziario rende meno dura la carcerazione. E ‘ un universo estremamente articolato e frammentato con realtà tra loro difformi e spesso non confrontabili tra di loro. All’oggettività della pena si aggregano fattori e circostanze che ne modificano la severità. I saluti e le strette di mano pongono fine all’incontro.  

* I nomi dei detenuti sono di fantasia 

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