domenica 16 giugno 2013

Chi ha paura dell'uomo nero? - Considerazioni di Antonella Cavallo

Incontro del 3 giugno, 2013 Milano Casa circondariale San Vittore
Considerazioni di Antonella Cavallo (vai QUI per il resoconto)
È arrivato il giorno dell'incontro al maschile, al VI raggio, quello degli intoccabili, dei paria, quelli che non possono stare coi detenuti comuni. Lo so, l'ho letto e confesso di non aver la minima voglia di andarci, non con lo stesso entusiasmo che mi spinge da due mesi a questa parte a varcare soglia e cancelli di San Vittore. Perché lo faccio? Non ho bisogno di mettermi alla prova o di farmi dire che sono brava, chi mi conosce lo sa e soprattutto lo so io. E allora? Perché. Perché ho dato la mia parola, e la mantengo. Sono nervosa, la pressione sotto i tacchi e una conferenza stampa alle spalle dedicata al Festival della Letteratura. Si è parlato molto di carcere, hanno invitato un detenuto ad intervenire, ha preso, pardon gli hanno dato, cinque ore di libera uscita, si è avvicinato al palco ha preso il microfono e si è voltato a parlare ad un pubblico attento. Un armadio a quattro ante con una benda sugli occhi. Sonja mi dà un colpetto al braccio: 'È il nostro A. quello del III!' È lui, il suo discorrere è chiaro conciso, è dentro da molti anni e ci parla delle attività di legatoria di cui è responsabile. Al termine della conferenza ci avviciniamo a salutarlo, ci stringe la mano: 'Quando volete passare, io sono lì!' Sembra il gigante buono. Una sua manata fermerebbe la carica di un rinoceronte.

Focalizzo la sua immagine e mi tranquillizzo mentre attraversiamo cancelli nuovi e percorriamo corridoi stranamente vuoti, silenziosi. Le celle affollate scorrono una dietro l'altra, intravedo un uomo con l''asciugamano intorno alla vita preso a strofinarsi. C'è poco spazio, troppo poco, mi chiedo cosa succederà quando la canicola diventerà insopportabile.



"Chi ha paura dell’uomo nero?" Mi torna alla mente la frase gridata dal bambino che 'stava sotto' e che dava il via a una corsa folle degli altri bambini, i quali, urlando, dovevano raggiungere e toccare un muro di salvataggio senza farsi prendere... E penso a tutti quelli che da bambini hanno temuto il buio. Come sarà qui il buio? Contro quale parete troveranno rifugio tutti questi ex-bambini?

Saliamo al secondo piano attraverso un giro di cancelli, Simone mi cede il passo, sono disorientata e sono la prima della fila. Dalla soglia vedo Azalen che parla con una guardia, Davide è già seduto all'interno di una cella grande, a fianco c'è una porta chiusa col cartello 'docce' e poi poster di frasi a sfondo religioso e una voliera con un uccellino. Entriamo nella cella di incontro dove ci attende il nostro pubblico. Avevo già idea di come fosse, Francesco me ne aveva parlato. L'intonaco verde, e già il colore è un programma, è fatiscente, ma ciò che colpisce e focalizza la mia attenzione sono le due finestre, o meglio le doppie sbarre: quelle più interne sono quelle originarie. Sono tubi in ferro incrociati con una luce di 5x5 e residui di vecchie corde o stracci annodati.
Azalen saluta i nuovi arrivati che si presentano e ci danno la mano, Z. nota che Simone ha tagliato i capelli, Azalen no, lei non ha bisogno di cambiare, lei sta bene così. Viene letto il resoconto del precedente incontro in attesa di eventuale censura da parte dei partecipanti, intanto io sono ancora intenta ad osservare quei vecchi nodi di corde e a visualizzare gli usi più terrificanti. Il mio vicino arpeggia le corde della chitarra di Simone e ci accompagnerà per tutto l'incontro.

Simone ci cede la parola, ora tocca a noi. Di solito Sonja introduce mi presenta, ora invece sono io a parlare e parto a ruota libera, distribuisco due copie de 'La Pietra dei sogni' che passano di mano in mano soffermandosi tra chi ne sfoglia le pagine, legge, osserva. Parlo di scelte e li guardo negli occhi uno ad uno, parlo, ascolto la mia voce da fuori e mi dico che non sono diversi dai detenuti del III raggio, tanto meno dagli uomini che si incontrano ogni giorno per strada. Sono uomini ora, uomini e basta. Esseri umani curiosi, attenti. Mi accorgo di aver parlato a lungo e cedo il passo a Sonja che mi sollecita a far parlare loro. Fanno domande sagaci, acute, c'è chi non vede l'ora di leggere il mio romanzo. Uno di loro chiede il permesso di tenerlo per sé e vorrebbe una dedica. Respiro e mi rilasso grazie alla scelta del mio vicino che ha occhi solo per la chitarra, forse ha capito, ha fiutato la mia adrenalina, le sue dita toccano le corde con maestria. Ora è la volta di Sonja, interviene Davide e alla fine si apre un dibattito sull'appartenenza. Il rischio è alto, una frase a volte può avere significati diversi e prenderla dal verso sbagliato può rompere un equilibrio precario. Uno di loro è dentro da un mese, ha letto molto, riconosce di aver sbagliato e si rammarica di essere costretto all'inedia per ventuno ore al giorno. 'Perché non metterci a fare qualcosa? Datemi un pennello e sistemo la mia cella che fa schifo, fateci asfaltare le strade, fateci fare qualcosa di utile per pagare il nostro debito!'

La galera per lui è una tappa, un transito, un'occasione per redimersi. Forse non ha capito che quello sarebbe un premio che a loro non è concesso... o forse lo ha capito sin troppo bene. Lui appartiene alla sua famiglia e questo gli darà la forza di andare avanti.
Simone ci chiedere di rappresentare 'Una moglie imperfetta' e lo facciamo grazie alla magistrale interpretazione di I. con un esilarante Cavalier Tenconi. Lascio il mio posto e mi siedo accanto a Z. col copione che dovremo leggere insieme. Si emoziona, i suoi compagni lo canzonano: 'si è innamorato!' Lui va avanti, sta al gioco e la scenetta finisce con una risata a cuor leggero. Il musicista ci saluta con una canzone di Vasco:

E ogni volta che torna sera
mi prende la paura
e ogni volta che torna sera
mi prende la paura
E ogni volta che non c'entro
ogni volta che non sono stato
ogni volta che non guardo in faccia a niente
e ogni volta che dopo piango
ogni volta che rimango
con la testa tra le mani
e rimando tutto a domani…

poi mi dice: 'Se ci promettete di tornare, metteremo in scena la recita.'
Probabilmente si aspettano che non lo faremo, forse nessuno lo fa. Cede la chitarra a Simone che di sicuro gliela riporterà settimana prossima.
Ci stringono la mano, ci ringraziano, sono stati bene, si sono divertiti e forse, chissà, ci leggeranno. Ci chiedono la dedica sui libri: 'Scrivi per i ragazzi del sesto secondo'
La cella di fronte a noi è occupata da transessuali, uno di loro balla passi di samba.
Ricalchiamo i nostri passi verso l'aria aperta e restituisco il permesso alla guardia dell'ingresso con un pensiero: Chi ha paura dell'uomo nero, qui non ci deve entrare.


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