lunedì 19 novembre 2012

Via Padova mon amour

Incontro del 12 novembre 2012 Milano Casa circondariale San Vittore. 
Federico Riccardo Chendi presenta Sparami, parlando di Vallanzasca e ligera.
Federico Riccardo Chendi, Azalen Tomaselli e Simon Pietro De Domenico con i detenuti
Quando Azalen e Simone arrivano trafelati (Azalen è in ritardo!), lo vedono, Federico Chendi, seduto sul tognolino, dirimpetto al bar. Sulla faccia ha una calma olimpica e sta leggendo. Sorride a Azalen che farfuglia qualche parola di scusa. Ha portato una sporta piena di libri. Facciamo una sosta al bar. Poi si entra per le solite formalità, con un rapido passaggio dall’ufficio degli educatori, alla ricerca del permesso che non si trova. Ormai su al sesto il clima è cordiale, Anima bella suona la chitarra e improvvisa la colonna sonora dell’incontro. Dopo la rituale lettura del resoconto da parte di Simone, è Federico a presentarsi: "Non sono uno scrittore", afferma quasi a mo’ di scuse. Poi racconta della sua attività principale, la gestione di un bar nella "tristemente nota" via Padova, dove incontra gente interessante, e dove, quando la notte rientra a casa, qualche scheggia rimasta dentro diventa materia dei suoi racconti, "ma è una cosa chiusa", soggiunge. Ha lavorato per le case editrici, come editor, ha confidenza con i libri. Lozio gli chiede se sia più bello leggere o scrivere. Federico senza dubbi risponde che è certamente più bello scrivere, poi accenna alla difficoltà di capire quando la storia si conclude, come per un quadro, il pittore deve sapere quando deporre i pennelli. 


E’ appassionato mentre parla della ligera e sposta le lancette dell’orologio alla Milano anni ’50, alla malavita bonaria e proletaria che popolava le osterie e le bettole dei quartieri malfamati, una malavita che, rifiutando il ricorso alla violenza, svaligiava gli appartamenti senza pistola per non cadere sotto la mannaia della legge. Una malavita romantica sedotta del mito cinematografico del 'grande colpo che ti risolve la vita', ormai scomparsa. Parla anche di oggi, dei personaggi di via Padova, dalla esistenza difficile, e pieni di umanità ai quali si ispirano i suoi racconti. La ama molto Federico questa strada dalle mille facce, dove ogni notte è un’avventura, ama il suo bar dove la gente si ferma a bere, si ubriaca, parla, "perché il barista è come il prete", afferma. Ascolta la vita delle persone, qualcuno non dice la verità, la infarcisce di cose che non sono accadute. Il suo libro è un campionario di storie vere, perché le persone che fanno una vita difficile sono più interessanti di quelle che fanno una vita ordinaria. I suoi racconti arrivano di getto, con un linguaggio immediato, quello che gli rimane nelle orecchie quando se ne torna a casa, dopo una giornata di lavoro. Lui mette un po’ di poesia, la poesia di via Padova che ha sullo sfondo il cielo e il gruppo delle Grigne, quando la giornata è senza nuvole: la poesia bisogna stanarla anche "dai luoghi dove non te l’aspetti", raccomanda. 

Simone parla della letteratura noir che punta l’attenzione sul tessuto urbano per rendere protagonisti i luoghi della città, e domanda ai detenuti se condividono che le vite più sofferte siano le più interessanti; dopo alcune risposte, Simone afferma l'importanza del dolore nell'esistenza umana e cita a questo proposito una prosa poetica scritta da Alda Merini per le detenute di San Vittore in cui si parla dell’utilità del dolore. (per leggere il testo vai qui). 

Simone insiste sul fatto che il tempo che stanno trascorrendo in carcere, non deve essere sprecato, ma che può essere un motivo di auto riflessione e cambiamento. Giocadinuovo dice che sta cercando di prendere questo momento per "trarne profitto per la sua vita", poi racconta di provenire da una zona degradata di Milano dove ha cercato di vedere "la positività: In questo luogo di disagio trovo il mio agio", perché nessuna esperienza va sprecata. Lozio però replica "Che bella la normalità!" Poi legge il primo racconto intitolato Via Padova 133 . I commenti, dopo la lettura sono favorevoli. Qualcuno cita la frase "non sbagliare è uno sbaglio!". 

"Si toccano gli aspetti veri della città", osserva un altro. Un partecipante riconosce strade del quartiere, negozi, bar.. può capitare a tutti di trovarsi in quelle situazioni, si allude agli scippatori, ai balordi che circolano in quelle zone degradate. Lozio commenta "a volte si cerca la verità al di sopra del dolore altrui", accennando forse al carattere astratto e impersonale della giustizia, sconnessa dalla realtà viva e pulsante dei sentimenti e delle emozioni che stanno dietro ogni atto umano, anche criminoso. Là, chi sbaglia paga, osserva qualcun altro. Matthäus racconta di essere un meccanico e di avere stretto amicizia con il barista del suo quartiere, apprezza anche lui il realismo delle descrizioni. Federico riprende il tema della verità, raccontando che la sera prima nel suo locale c’era stata una rissa, provocata da un cliente tranquillo, lui ha chiamato i suoi amici che lo hanno portato via, "è successa nel posto giusto, forse gli era successo qualcosa e era aggressivo". Come se volesse dire: la violenza ha un lato umano che bisogna incontrare per disinnescarla, non si governa e non si domina con altra violenza. Simone informa che Federico ha creato una sua casa editrice Ligera Edizioni (www.ligera.it), e fa notare che nella copertina di Sparami è proprio lui l’uomo con la pistola.

Federico poi racconta che ha costituito con altri questa casa editrice, per sentirsi libero, accenna al fatto che l’editore si era opposto al titolo del suo romanzo Volevo essere Vallanzasca, racconta del suo lavoro nell’editoria, una specie di macchina produttiva dove tutto è specializzato, un’industria della scrittura in cui ogni dettaglio è studiato a tavolino per il successo commerciale del prodotto. Non tutti gli autori scrivono quello che pubblicano, lui dice si occupava delle descrizioni, perché non era altrettanto bravo nei dialoghi. Poi accenna al rapporto con Vallanzasca. Mi ha telefonato e ci siamo visti, durante un permesso, mi ha raccontato com’era la Comasina, una zona strategica collegata al centro e una via d’uscita dalla città, per i malviventi. Giocadinuovo dice "nello Stadera c’era la malavita", anche Lozio racconta di avere giocato nei campetti di via Clitumno. Ora dice mancano i posti di aggregazione per i giovani.

Simone prende la parola e rifacendosi al titolo Volevo essere Vallanzasca, domanda ai partecipanti se ci sia il rischio di una mitizzazione del crimine. Quasi tutti riconoscono una forte fascinazione nei confronti del cattivo, viene fatto l'esempio di un ragazzino del carcere minorile Beccaria, che aveva guidato una rivolta e si faceva chiamare il piccolo Vallanzasca. Altri parlano dell'interesse per i cattivi esempi, Giocadinuovo accenna allo zio che dopo aver abbandonato il mondo della droga, ha perso la considerazione del quartiere. Simone porta l'esempio del casalese Francesco Schiavone, che si è fatto costruire una villa sul modello di quella di Scarface. Poi conclude, che pur riconoscendo questo rischio di idealizzare la malavita, sia importante non censurare nessuna espressione artistica. Iena prendendo la parola afferma che avrebbe preferito stare in carcere come l'anti eroe Vallanzasca, per un reato contro il patrimonio piuttosto che per un reato contro la morale.

Poi si legge un altro racconto, un dialogo tra sordi tra un uomo e una ragazza che vorrebbe sentirsi interessante e non solo bella, perché è stata lasciata e cerca nel suo interlocutore un riconoscimento che non trova..

Giocadinuovo ammette che bisognerebbe guardare all’aspetto interiore delle donne e Azalen sostiene che uomo e donna sono due continenti diversi perché la donna ama l’unicità, come la madre che ama il figlio perché è proprio lui, mentre l’uomo ama la serialità dei vari pezzi che compongono il corpo femminile per stimolare il suo erotismo. Come sostiene Lacan, per il desiderio dell’uomo "il corpo della donna si frammenta in tanti piccoli pezzi: una gamba, un seno, una curva, il capolavoro del culo.. che preleva immaginariamente per trasformare il corpo dell’altro in un corpo erotico" (cit. Ritratti del desiderio, Recalcati). Il desiderio femminile si nutre al contrario di segni d’amore, di promesse, di parole, di tenerezza.

Si ritorna, infine a parlare di via Padova che diventa nel procedere della discussione quasi un luogo emblematico, una metafora della condizione carceraria, o, perché no? della vita in generale.. Infatti, via Padova, nelle parole del protagonista di un racconto di Chendi: “era una serie infinita di imperfezioni, cinque chilometri di imperfezioni, e forse lui l’amava per quelle imperfezioni. Lui in fondo pensava che tante imperfezioni insieme facessero una sorta di perfezione. Una perfezione fragile e incerta, ma vera”.

Lozio conferma: "c’è più umanità in questo cazzo di piano che in tutto il resto", gli fa eco un altro detenuto: "c’è più umanità nella mia cella che nei posti dove tutto sembra lucido e perfetto" e Giocadinuovo di rimbalzo: "sarei rimasto quello che ha voglia di farsi vedere con i soldi, se non fossi capitato qui". Prima della fine dell’incontro Speedy Gonzales si esibisce con una sua canzone, salutato dagli applausi, segue la recita di un testo di Giocadinuovo.

I saluti concludono l’incontro con Federico che si ripromette di scrivere un racconto su questa esperienza e di tornare a trovarci per leggerlo.


* I nomi dei detenuti sono di fantasia

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