giovedì 31 maggio 2012

Ascanio Celestini in visita a San Vittore

Resoconto di Azalen Tomaselli e Simon Pietro De Domenico

Una giornata calda, troppo calda e afosa per essere una giornata di fine maggio. Oggi va in scena uno spettacolo del laboratorio teatrale del femminile. Nel cortile di San Vittore il pubblico è già assiepato ma rigorosamente distinto in due settori: maschile e femminile. C’è un fermento, risate, parlottio fitto delle occasioni, gli agenti in piedi, il cielo, ritagliato sopra le teste, è un cappello sbiadito. Donatella Massimilla dà il via all’incontro presentando il “padrino d’eccezione” di questo evento, Ascanio Celestini. In postazione, Giuseppe Scutellà, regista teatrale del Beccaria, si offre come operatore video. Donatella introduce il progetto “Libera università del teatro”, un progetto di teatro carcere coordinato tra più istituti penitenziari della Lombardia. Per l'inaugurazione viene proposto un testo scritto da Adriano Vianello che racconta la storia di due matti internati, Bach e Mozart, uno che sogna di diventare Dio e uno che sogna di diventare donna. Viene da pensare che chi Dio c’è già, non ha bisogno di sognare.. e chi è donna? 




Poi ha inizio il frammento con le quattro attrici detenute: Lidia, Barbara, Gabriella e Elena che formano le due coppie di matti, di cui due sulla carrozzella e due no. Sono Mozart e Bach e altri due “doppi”, matti ma non troppo, che tra tic e sberleffi parlano della crudeltà di essere reclusi. Si proclamano i prototipi di una razza a venire, come attori condannati a recitare la stessa parte all’infinito. Sono anche in attesa di morire per porre fine alla loro sofferenza. E la vita fuori? E’ conseguire un sospirato diploma, le domeniche in famiglia, il campionato, i bellissimi documentari sugli animali.. Quella dentro si svolge tra i muri di una stanza, nel rimbalzo di frasi, sogni in eco, passato e presente, vita reale e vita parallela, troppo pericolosa per la salute psichica, perché rende instabili, depressi, aggressivi . Noi abbiamo bisogno degli altri, grida un “matto” contro il provvedimento di vietare gli incontri a due, che altri hanno deciso .. e sventolando un lenzuolo il gruppo si unisce davanti a un virtuale schermo televisivo. Il pubblico femminile sottolinea tutti i passaggi, apre un dialogo, qualcuno lancia una battuta, una risata scoppia qua e là a sottolineare che anche lui (il pubblico) fa parte dello spettacolo, mentre gli uomini sono più composti e distaccati. Le attrici si divertono a dialogare con le altre detenute, in uno scambio condito di risate e giochi, creando un'atmosfera spontanea che ha poco in comune con il teatro istituzionale. In fondo il carcere è un non luogo, o un luogo altro, che fatica a prestarsi a una rappresentazione canonica. Ma proprio questa voglia di ridere, di giocare, di evadere dalla sofferenza sono l'autentica bellezza, la sigla, di questo spettacolo. Un’attrice invita Ascanio a parlare. I microfoni funzionano con qualche intermittenza, la voce ogni tanto si perde. Lui parla dei matti e delle barzellette che sono il nostro patrimonio orale, ammette che molte non fanno ridere, perché sono delle verità camuffate. Racconta una barzelletta “che non fa ridere”, di due matti che vogliono scappare dal manicomio e però devono passare tanti cancelli, uno, due, dieci, venti, fino a novantanove, arrivati all'ultimo, si arrendono e dicono “Torniamo indietro”. Ascanio parla del potere di chi tiene la chiave e della voglia di scappare per mostrare che è possibile uscire fuori, ma poi una volta fuori, nasce la voglia di tornare dentro, perché non si sa dove andare.. Allora il mondo è tutto una galera e non si capisce che differenza c’è tra dentro e fuori. Parole amare perché - spiega - è solo una barzelletta, infatti i matti sono due e, come è noto, fra i matti non c’è solidarietà, che si tratti di un matto che ha un amico immaginario? L’applauso copre queste ultime parole.

Poi Donatella legge una dedica ai detenuti scritta da Alda Merini su un suo libro di poesie, è il momento più toccante, il testo dice:

..ci sono fiori bellissimi che vivono avvinghiati alle sbarre e ancora:

il dolore è una grande semina e se non servirà a voi servirà alle nuove generazioni che dal vostro dolore faranno nascere nuova letizia.

All’uscita Ascanio commenta con un poliziotto che anche per gli agenti la vita non è facile e che stanno in carcere come i detenuti. L'agente replica secco che i detenuti sono delinquenti e loro no. Ascanio sorride. E l’agente continua, fino a quando non siete colpiti, siete propensi a rapportarvi con loro, poi racconta di un giovane che in panne per strada poggia la giacca sullo scooter, passano due balordi e cercano di portargliela via, ma fanno cadere il mezzo e ne nasce una colluttazione. Uno dei due estrae un coltello e taglia la gola al giovane. Il padre, un volontario di San Vittore, dopo quell’aggressione, non è più tornato tra i detenuti. Ascanio sorride e commenta: ”E’ un altro punto di vista”.

Uscendo e dirigendoci verso il solito bar ci portiamo dentro le parole di Alda Merini:

E' bello quando un uomo riesce a trovare e a creare Poesia in un luogo di detenzione che io chiamo prigione.
Ma l'uomo non deve dimenticare che vive nella prigione del suo corpo e dei suoi pensieri.
Quindi anche il detenuto ha diritto al suo spazio di libertà e alla sua anima. Forse il giudizio degli uomini non è altro che un giudizio divino perché l'uomo affini e colmi la sua spiritualità, e forse la durezza delle leggi potrà nulla contro la speranza che c'è in ognuno di noi.
Siate benedetti Voi che riuscite a cantare la sacralità delle prigioni, pensate a quanti fiori di preghiera possono nascere dal vostro labbro, e che ci sono fiori bellissimi che vivono avvinghiati ad una sbarra. Forse qualcuno morirà dietro queste sbarre ma comunque il dolore è una grande semina, e se non servirà a voi servirà alle nuove generazioni che dal Vostro dolore faranno nascere nuova letizia.


Alda Merini

da Vigilando il lavoro dell'orologio, a cura di Silvana Ceruti Ed. La vita felice.

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